Storie Rivoluzionarie

IMG_20170816_135511

Mi è capitato tra le mani, quasi per caso, un fascicoletto manoscritto dal titolo un po’ retrò: “Storie rivoluzionarie”.
Si tratta di sei racconti che hanno come fil rouge il tema della rivoluzione, quello stato collettivo o individuale che, precisa l’autrice in una sorta di prefazione, conduce sempre al cambiamento, talvolta a veri e propri stravolgimenti, e non sempre positivi.
Così, pagina dopo pagina, si viene proiettati in ambienti geografici e sociali differenti, animati da personaggi verosimili che ne affiancano altri reali; uomini, donne e ragazzi attraversano i cambiamenti della storia e della società, si lasciano travolgere dagli avvenimenti o ne sono loro stessi i protagonisti.
È il ‘900 il secolo privilegiato ma non mancano riferimenti al passato, necessari per meglio comprendere l’evoluzione degli eventi o per risalire all’origine di una determinata trasformazione.
Nella prima storia è la piccola Anna a portare a galla e far riflettere sulla determinazione e sull’energia messa in campo dalle donne per conquistare, in Italia, il diritto al voto, ricordando anche le imprese delle suffragette inglesi, pioniere all’interno di questo terreno ostico e minato.
Vincent, diciottenne francese ma di origini russe, è il protagonista del secondo racconto, e si ritrova in terra sovietica proprio agli albori della rivoluzione del ’17, quella che cambierà totalmente il volto del suo paese.
La terza storia ci proietta, invece, nel mondo della letteratura, a fianco di un poeta innovativo per la sua epoca, Giuseppe Ungaretti, filtrato attraverso gli occhi di un amico immaginario.
La rivoluzione non risparmia nessun settore e le narrazioni successive ci introducono nel cuore della musica di Beethoven, nel campo scientifico e in quello del teatro inglese, degnamente rappresentato da William Shakespeare,  tanto geniale quanto ancora oggi enigmatico e sconosciuto.
Sei storie davvero interessanti, ricche di spunti che collegano l’invenzione narrativa alla realtà storica e politica. Sono ravvisabili numerosi riferimenti culturali che stimolano nel lettore curiosità e desiderio di approfondimento.
Ma l’aspetto più accattivante è che, a usare un lessico così vario e ricco, ad avere una buona abilità narrativa e un’altrettanta capacità descrittiva è una ragazza di quasi quindici anni, Teodora Maria Tozzi; una giovane profonda e riflessiva che, senza rendersene conto, ha imboccato la strada della scrittura…e mi auguro che continui su questo cammino.
Daniela Marani

Studio su Antigone

20200720_163346

Domenica 9 agosto alle ore 21.00, nella naturalistica cornice di Archeoland-Lupo Azzurro a Stallavena – Verona, il Teatro Giochetto presenterà la prima dello spettacolo Antigone, uno studio per attrice e burattinaio. Attingendo dalla tragedia classica, Maurizio Gioco ha elaborato un testo plasmato sui suoi personaggi di legno che, in un dialogo dialettico, portano a galla le riflessioni più profonde presenti nella tragedia di Sofocle. Ancora una volta, la giovane Antigone, messa in scena da Sofia Gioco, è pronta a sprigionare l’energia e il coraggio riconosciutole nei secoli da pubblico e critica, quella determinazione a opporsi ai soprusi che la vede simbolo dell’emancipazione femminile, un’idea ancora oggi di grande attualità, un’esigenza sociale che sembra fatichi a decollare e affermarsi come condizione riconosciuta e  irrinunciabile. Sebbene la prima rappresentazione dell’opera risalga al 442 a.C, la libertà di coscienza contro le sopraffazioni è tutt’altro che antica, e se Sofocle ricorre alla necessità di rispettare le leggi divine, eterne e indiscutibili, oggi possiamo sostituire queste ultime col rispetto della dignità e del valore dell’essere umano, ancora troppo spesso calpestato. Attrice e burattini incarnano storiche dicotomie e contrappongono il coraggio alla forza del potere, l’affetto e la devozione al tornaconto individuale, la vera giustizia alla legge che oltrepassa i suoi confini per rinunciare al bene comune in favore di quello personale. Un rifacimento per teatro di figura all’insegna della sperimentazione, sebbene molto fedele alla tragedia greca, al quale Gioco stava studiando ormai da qualche anno, consapevole della modernità di questo testo, che fa parte dei drammi tebani. Originale la scenografia entro la quale si articola la storia, realizzata in collaborazione con Giampietro Costanzi
Lo spettacolo rientra nella manifestazione I Ponti dell’Acqua, ideata da Renato Fasolo, e giunta, quest’anno, alla sua quarta edizione. Un progetto nato per riportare la giusta attenzione ai luoghi della Lessinia, sempre più dimenticati ma intrisi di storia, natura e tradizione. Nulla va dato per scontato, ciò di cui beneficiamo nell’ambiente può sparire fra pochi anni, quindi, come Antigone insegna, vale la pena lottare per la giustizia, per la salvezza di ciò che ci sta a cuore, per l’amore che dobbiamo al rispetto della vita.
Daniela Marani

La vita bugiarda degli adulti

viun2

Nel suo ultimo romanzo, La vita bugiarda degli adulti, Edizione e/o 2019, Elena Ferrante racconta una storia graffiante e ruvida, proiettata, ancora una volta, sullo sfondo partenopeo a lei tanto caro; una Napoli spaccata in due tronconi: la città alta, curata, elegante e borghese, e la città bassa, trascurata, confusa e disonesta.

I personaggi che transitano tra le pieghe del racconto sono le ombre riflesse di questi due volti urbani, con cui vanno a fondersi dando vita a veri e propri luoghi sociali. La giovane protagonista, Giovanna, è elemento collante; si sposta dall’alto al basso, e viceversa, con agevolezza, alla ricerca della propria storia, del vissuto familiare tenutole nascosto dal padre, stimato professore, forse per la timida paura di ricordare a se stesso le proprie umili origini.

I numerosi personaggi non sono tutti convincenti allo stesso modo; alcuni presentano tratti esasperati per cui poco credibili, sebbene si debba riconoscere come l’umanità, soprattutto quella contemporanea, continui a stupire per bizzarria ed eccezionalità. Le loro vite si intrecciano, si slegano, si scontrano con urti violenti, si avvinghiano dolcemente, senza ben comprendere dove approderanno le loro scelte e, soprattutto, le non scelte.

Bene o male, sono presenti tutti gli aspetti antropologici a cui la Ferrante ci ha abituati nella sua letteratura precedente, forse trattati in quest’ ultima opera in modo più sfuggevole.

Sono i profili umani a interessare la scrittrice, sagome dalle complesse profondità psicologiche e dai diversi risvolti culturali e sociali in cui, talvolta, è possibile riconoscere alcuni aspetti di noi stessi, grazie ai quali apprezzare ciò che per destino si possiede, o rammaricarci per quanto non siamo riusciti a conquistare.

Nel testo è lodevole l’analisi introspettiva nella quale ci conduce per mano la protagonista. Si scende, piano, piano, nell’animo degli adolescenti per scoprire i loro timori, le loro aspettative, ma soprattutto la fredda e lucida analisi del mondo degli adulti visto nella loro dimensione più bugiarda, nel loro tornaconto personale e nelle situazioni di comodo in cui, spesso, si preferisce “parcheggiare” l’ esistenza, al riparo da critiche e pregiudizi.

La storia si snoda fluida e coinvolgente per buona parte del romanzo poi, con l’arrivo di Roberto, personaggio dai contorni fumosi, prende una direzione meno chiara, forzata, per concludersi rapidamente lasciando il lettore perplesso.

Avrei omesso interamente quest’ultimo segmento di narrazione, che trovo scucito e poco coerente con il resto della storia, così come risultano esageratamente trasgressive le esperienze in cui vanno a tuffarsi Giovanna e l’amica Ida per sfidare se stesse e contestare, in modo provocatorio, il perbenismo degli adulti.

Nonostante ciò, l’abilità narrativa dell’autrice è notevole e il ricorso a ricche e minuziose descrizioni di ambienti e personaggi, come quella di zia Vittoria al contempo volgare e ammaliatrice, consentono un ingresso agile nel cuore del racconto e di chi lo anima.

Daniela Marani

 

FEBBRE

download

“Febbre” è l’opera d’esordio dello scrittore Jonathan Bazzi, edita da Fandango Libri nel 2019.
Si tratta di un romanzo autobiografico nel quale l’autore ripercorre, a ritroso, due filoni narrativi, che si alternano a ogni capitolo.
Uno di essi evidenzia i punti nodali del suo passato, dalla nascita fino all’età adulta, mettendo a nudo i complessi rapporti familiari e gli atti di bullismo subiti a scuola e a Rozzano, dov’è cresciuto, all’estrema periferia di Milano.
Era inconcepibile per suo padre, per i compagni e per gli altri ragazzi di quello squallido quartiere, che un bambino giocasse con le bambole o trovasse nelle “femmine” l’appoggio e la confidenza di cui un adolescente, particolarmente sensibile, timido e solo com’era Jonathan, può avvertire il bisogno.
Nel secondo filone, l’autore rivela la sua sieropositività, il difficile percorso che lo ha condotto a condividere l’esistenza con il virus e la sua decisione di renderla pubblica in un articolo.
Il titolo richiama l’elemento chiave, la spia rossa che ha allertato e convinto il giovane Jonathan a intraprendere quella lunga serie di accertamenti clinici che gli rivelerà la sua condizione di soggetto positivo all’HIV.
Uno stato febbrile continuo, fastidioso, fiaccante, rimasto troppo a lungo senza un responso, che va a compromettere il già gracile fisico del giovale scrittore e gli inonda la mente di dubbi e paure tanto che, sospettando di avere una malattia incurabile, accoglie la diagnosi quasi con un sospiro; finalmente ha dato un nome al suo stato di malessere ormai insostenibile.
Un viaggio, quindi, non solo esistenziale ma soprattutto psicologico, viscerale, nel quale le emozioni si accavallano e combattono con un’umanità ancora impreparata a convivere con le diversità.
La storia è notevole, fa riflettere sulla compresenza di mondi sociali paralleli che talvolta interagiscono tra loro, altre volte entrano in collisione, con effetti devastanti per chi viene colpito dalle schegge sprigionate dallo scontro. Una storia che  rivela quanta energia e quanta voglia di vivere può racchiudere in sé una mente umana.
Il lessico a cui ricorre Bazzi è semplice, a tratti colloquiale, e concorre a pianificare una forma piuttosto lineare, sebbene la presenza di due percorsi espositivi, carichi di particolari e descrizioni,  rischia di rallentarne la lettura, costringendo a collegamenti temporali e spaziali che possono compromettere la scorrevolezza narrativa. Vista la ricchezza e la copiosità  dei contenuti, le storie potevano essere due, pubblicate su testi distinti.
“Febbre” è tra i 12 libri in corsa al premio Strega 2020 e ha già vinto il Bagutta giovani.
Daniela Marani

LA VIOLENZA ALLE DONNE AFFONDA LE SUE RADICI NELLA STORIA

beatricecenci

Il volume dal titolo “Beatrice Cenci”, pubblicato da Bonaccorso Editore, Collana Letterature, nel mese di marzo 2020, va a completare la trilogia “Le figlie di Eva” attraverso la quale l’autrice, Silveria Gonzato Passarelli, ha inteso rendere rispettoso omaggio alla vita, drammatica e sofferta, di tre donne: Isabella Morra, Isolina Canuti e Beatrice Cenci schiacciate sotto il peso della prepotenza, dell’ipocrisia e delle assurde convenzioni sociali.
Isabella, Beatrice e Isolina, pur vivendo in epoche diverse, le prime nel 1500, la Canuti nel 1900, testimoniano la storicità del femminicidio, il suo perpetuarsi nei secoli, preceduto da abusi e violenze di ogni genere (basta dare uno sguardo alle biografie di queste tre giovani), per giungere fino ai giorni nostri.
Quasi quotidianamente, infatti, le cronache riportano notizie dell’uccisione di donne, vittime di soprusi, stolkerizzate da compagni egoisti, incapaci di accettare la fine di un rapporto, rigidamente fedeli a quel “credo” che vede nel possesso e nella sottomissione della propria donna, l’unico, indiscutibile dogma.
Silveria Gonzato Passarelli, nei suoi libri, mette a nudo la difficile esistenza di queste ragazze, il loro dolore e struggimento, e lo fa scegliendo un canale insolito per denunce di questo tipo: la poesia.
È attraverso quest’ultima che l’autrice scava a fondo e poi fa emergere le loro personalità, le loro storie intrise di sangue e di ingiustizie.
L’ultimo volume è dedicato a Beatrice Cenci la cui vita viene ripercorsa utilizzando  l’ottava rima toscana, strofe di otto endecasillabi arricchite da numerose figure retoriche di significato e di sintassi; nei suoi versi il lettore riesce a entrare con facilità nell’epoca di ambientazione e penetrare negli anfratti psicologici dei personaggi per coglierne emozioni e stati d’animo; complice di ciò il ricorso a un lessico, semplice, chiaro e comunicativo.
Una particolarità di questo testo è la presenza del “Coro”, di reminescenza greca, all’inizio di ogni Canto, seguito da una poesia o da uno stornello.
Oggi è l’8 marzo, giornata della donna e la trilogia di Silveria Gonzato Passarelli fa sicuramente riflettere sulla dignità femminile, sul valore del rispetto, sui concetti di discriminazione e di violenza. Fa pensare alla difficoltà dell’umano di abbandonare stereotipi e convenzioni, spesso utili a mantenere una situazione di ordine e di controllo, e quanto ancora la donna debba “combattere” per vivere con serena e riconosciuta libertà le sue scelte e la sua esistenza.
“Cala il sipario su tragiche vite
emerse da un mondo tanto lontano
storie del passato al presente unite
da quello che nell’uomo c’è d’insano.
Figure, dall’oscuro oblio fuggite,
all’oggi portate da sangue umano.
Eterna realtà mista a leggenda,
che non ne cela l’essenza tremenda.”
Daniela Marani

LA FORZA IMMAGINATIVA DELL’AFFRESCO

AFFRESCO san Zeno

“La principessa di Mantova” è il primo libro della scrittrice corsa Marie Ferranti tradotto in italiano. Il suo nome, in realtà, è lo pseudonimo di Marie-Dominique Mariotti, ex docente di lettere, entrata nel mondo della narrativa con il volume “Les Femmes de San Stefano” del 1995.
Il romanzo, pubblicato nel 2004 da Corbaccio Editore, ha una copertina molto accattivante: un particolare della veste di Santa Maria Maddalena, tratto dal dipinto in tempera e oro su tavola del pittore quattrocentesco Carlo Crivelli, custodito al Rijksmuseum di Amsterdam, accompagnato da alcune anticipazioni che incuriosiscono il lettore in merito alla narrazione interna.
Si tratta della storia di Barbara di Brandeburgo inserita nella splendida cornice del Rinascimento italiano. Poco si conosce di questa donna data in sposa nel 1443, a soli nove anni, a Ludovico III Gonzaga. Essendo così piccola viene educata alla Corte mantovana insieme ai giovani cognati e diventa una delle dame più erudite e raffinate dell’epoca.
Barbara è rimasta famosa soprattutto per il ritratto che ha fatto di lei e della sua famiglia Andrea Mantegna, tra il 1465 e il 1474 , affrescando La Camera degli Sposi, già Camera picta, collocata nel torrione nord-est del Castello di San Giorgio a Mantova.
È proprio partendo da questo dipinto, dall’osservazione del volto e dello sguardo attento e intelligente della principessa, che la Ferranti ha dato vita al suo racconto in cui mette in evidenza le abilità, le scelte non sempre facili, e la personalità di Barbara, madre di undici figli, moglie colta e stimata.
Le parti più interessanti del testo sono quelle relative all’affresco visto nella sua progettualità, nelle tecniche e nei particolari voluti da Mantegna, che ha realizzato uno tra i suoi capolavori più significativi.
L’autrice rivela particolari biografici della protagonista attinti dal fitto scambio epistolare con la cugina Maria di Hohenzollern, nonché dalla corrispondenza tra Mantegna e Jacopo Bellini, suo suocero.
Tutto fa intuire che si tratti di una biografia romanzata, arricchita da alcuni spunti frutto dell’immaginazione della scrittrice, questo fino a pagina 101. Nella postfazione, infatti, la Ferranti rivela di aver inventato quasi tutto persino alcuni personaggi chiave come l’ amata cugina Maria.
“Barbara di Brandeburgo è esistita. Com’è stata la sua vita? Lo ignoro (…) Questo è solo un gioco, il gioco di un romanzo i cui personaggi sono stati dipinti verso la metà del XV secolo”, precisa la Ferranti.
La conclusione lascia un po’ perplesso il lettore; pagina dopo pagina prende vita un profilo della protagonista che si rivela, in chiusura, completamente inattendibile.
Forse era necessaria un’introduzione in cui rivelare le intenzioni narrative da parte della scrittrice.
Testo piacevole, ma non sorprendente.

Daniela Marani

IL RICORDO RENDE PIU’ UMANI

20200129_210851

Testo incisivo e originale quello che lo scrittore Francesco Permunian, una delle voci più intriganti della narrativa italiana contemporanea, ha regalato al palcoscenico, estrapolandolo dagli ultimi tre capitoli del suo romanzo “La casa del sollievo mentale”, Edizione Nutrimenti, Roma, 2011.
Mercoledì 29 gennaio, presso il teatro San Carlino di Brescia, ex  chiesa sconsacrata, l’attore Luigi Mezzanotte ha incantato il numeroso pubblico calamitando l’attenzione proprio con questo monologo, intitolato “Il compleanno” , con la direzione artistica di Antonio Fuso; interpretazione degna della sua riconosciuta e stimata capacità attoriale.
Sul palco, per circa un’ora, un generale nazista vomita la sua lucida follia (o folle lucidità?) attraverso un fiume di flashback, con cui rievoca gli orrori commessi ed esalta la sua condotta militare ineccepibile e necessaria a mantenere la purezza di una razza unica e indiscutibile.
In alcuni momenti, però, l’ esaltazione e la cieca approvazione verso il suo raccapricciante passato cedono il passo a una consapevolezza tormentosa, agli incubi rigurgitati dalla memoria, che portano a galla le immagini dei bambini di Terezin, uccisi, ingoiati dalla terra e poi ricoperti da un manto di neve che, se da un lato nasconde,  dall’altro conserva il ricordo, congelato nella mente del vecchio graduato tedesco.
Ogni notte li rievoca, li chiama per nome e parla con loro, ritornati a vivere, nelle sue visioni ossessive, sotto forma di fili d’erba che, ondeggiando al vento, disegnano, in una sorta di movimento mimetico, il volto di un bambino, simbolo delle piccole vittime di Terezin.
Spettacolo emozionante, che scava nel profondo individuale e collettivo, mostra tutta l’intensità  narrativa e l’energica espressività di Francesco Permunian,  e consente a Luigi Mezzanotte di sprigionare la sua maestria interpretativa, collaudata attraverso una lunga carriera che lo ha visto recitare nell’enturage teatrale di Carmelo Bene e in numerose pellicole cinematografiche dirette da Bizzarri, Nichetti, Orlando e Piavoli.
L’augurio è quello di vedere questa performance rappresentata in tante altre sale teatrali, soprattutto tra gli eventi legati al 27 gennaio, Giornata della Memoria, perché  “non dimenticare ci rende sicuramente più umani”.
Daniela Marani

L’IMPREVEDIBILITA’ DEL CASO

IMG_20180818_165114

“Impossibile” è il titolo dell’ultimo libro di Erri De Luca, pubblicato da Narratori Feltrinelli nel settembre del 2019.
L’autore, ricalcando in ogni aspetto una vera indagine, dall’impostazione grafica dei verbali alla scansione degli interrogatori, riporta i colloqui che avvengono tra un giovane magistrato e un anziano sospetto omicida, momentaneamente in cella d’isolamento, che in passato è stato rinchiuso in carcere a seguito delle confessioni di un pentito: il suo miglior amico.
Quest’ultimo, o meglio ciò che di lui resta, viene trovato morto dopo essere precipitato dal pendio della Cengia, vittima di un possibile incidente. A chiamare i soccorsi è proprio “l’ex compagno”, che si trova, nello stesso momento, lungo il medesimo sentiero montuoso: casualità o evento premeditato alla ricerca di una vendetta?
Attorno a questo interrogativo ruota l’intera vicenda.
Il giudice, convinto della colpevolezza del sospettato, cerca in tutti i modi di farlo confessare; imposta una serie di confronti incalzanti, domande e ipotesi ingannevoli, senza però ottenere il risultato sperato.
I verbali sono inframezzati da lettere che il detenuto invia alla sua compagna; ognuna di esse si apre con l’affettuosa espressione “Ammoremio” e contiene il resoconto di come si è svolto l’incontro con il magistrato e le sensazioni scaturite da quel rapporto impari e anomalo.
Testo breve ma davvero intenso nella sua dimensione emozionale; una fitta trama di riflessioni filosofico-esistenziali, un esempio della solidità delle convinzioni e del valore che possono assumere determinati sentimenti per alcuni uomini.
“La fraternità è il sentimento che tiene insieme le fibre di una comunità, ne rinforza l’unione e produce l’energia necessaria a battersi per libertà e uguaglianza…È il sentimento politico per eccellenza…Il comunismo è una fraternità. Quando la perde smette immediatamente”.
Daniela Marani

BRICOLA E REGINA, PERSONAGGI SENZA TEMPO

20200106_185702

Domenica 6 gennaio 2020 si è aperta la nuova stagione teatrale presso lo storico teatro a l’Avogaria, uno dei luoghi più emblematici di Venezia, dove si respira ancora l’atmosfera magica ed epocale propria di questa città, unica al mondo.
Fondato nel 1969 da Giovanni Poli, oggi diretto dal figlio Stefano, oserei definirlo “il teatro dei veneziani”, sul cui palco hanno lasciato la loro impronta compagnie, attori e registi di successo.
Grande plauso ha ottenuto anche la rappresentazione di lunedì sera, “Bricola e Regina”, magistralmente messa in scena da Eleonora Fuser e Giorgio Bertan, attori e autori del testo, entrambe di origine veneziana, che da anni si destreggiano con professionalità e competenza nell’ambito della Commedia dell’ Arte.
Bricola e Regina, due vecchi coniugi che vivono nell’Ospizio di S. Lorenzo, dialogano tra loro seduti su una panchina, passano dalla burla alla lite con la facilità  di chi scivola sulla precaria quotidianità, alla ricerca di contenuti per colmare il senso di vuoto e le mancanze che la vecchiaia porta con sé.
I due personaggi, dotati di maschera, si esprimono con un linguaggio “particolare” e traducono con originalità gli aspetti più moderni della nostra epoca. Con i loro “bisticci lessicali” danno origine a inusuali metafore, a distorsioni della realtà che vanno ad arricchire il vocabolario proprio degli anziani, anacronistico ma di grande effetto!
Ricorrendo a una lingua dialettale, comica e divertente, Bricola e Regina commentano episodi passati; indagano a modo loro enigmi cosmici, come la morte; recuperano ricordi e luoghi della memoria e, nella loro ingenua spontaneità, trasmettono al pubblico la gioia di vivere e di spassarsela…nonostante tutto.
È sicuramente uno spettacolo di grande attualità; fa riflettere su tematiche come la solitudine e il bisogno di amore, che si sprigiona particolarmente sul finale quando i due “vecchi” ballano stretti, stretti, dolcemente abbracciati.
Una storia senza tempo, perché le emozioni e i sentimenti vissuti dai due protagonisti sono i medesimi degli uomini di ogni epoca; se è vero che cambia tutto ciò che ci circonda è altrettanto innegabile che rimangono immutati le paure e i desideri che animano le nostre anime e danno vigore all’ esistenza.
E di vigore, i due attori ne hanno dimostrato tanto sul palcoscenico!
Daniela Marani

ATTENTI: I BURATTINI CI OSSERVANO

IMG-20191215-WA0016
“La vita è… appesa a un filo” questo il titolo della mostra che l’artista-burattinaio Maurizio Gioco presenta in questi giorni presso il bar Fuoricorso, via Mazza 7, a Verona.
Tranquilli, l’esposizione non si propone l’obiettivo di esprimere l’enigmatica e fragile precarietà del vivere, tutt’altro!
14 burattini, appesi ad antiche travi di legno, simboleggiano l’imprevedibilità e l’originalità dell’esistenza umana, le scelte estrose e insolite a cui ricorriamo per infondere colore ai nostri percorsi quotidiani, spesso grigi o in bianco e nero.
Lungo le pareti 9 sagome di legno, pupi figli della modernità, ci osservano con sguardi severi ma benevoli; nudi e schietti come il cuore dell’essenza, come la sostanza della vita.
A fianco sono appesi i loro abiti dalle colorazioni vivaci; forma ed entità a confronto, elementi che possono combinarsi o rimanere separati a seconda delle nostre scelte, da cui scaturiscono vivacità o inerzia, sfumature od ombre.
La mostra è di forte impatto visivo: all’ingresso del locale, questa piccola folla scolpita nel legno ci accoglie, ci scuote e pungola la nostra curiosità che è il motore necessario per spinge l’individuo verso il desiderio di conoscenza.
Basta guardarsi attorno e alzare gli occhi per scorgere un surrogato di umanità che, invece di esibirsi all’interno della baracca come di consueto, riveste il ruolo di spettatore, quindi…comportiamoci bene lì dentro, siamo noi a dare spettacolo!
Maurizio Gioco opera come burattinaio da oltre trent’anni, da un lato ancorato alla tradizione della Commedia dell’Arte, proponendo col suo Teatro Giochetto la rivisitazione di numerosi copioni, dall’altro scultore-sperimentatore che ha realizzato, e continua a produrre, burattini “particolari”, frutto della sua originalità, che accoglie con rispetto e affetto quasi paterno nel suo atelier-studio, un luogo incantevole dove ritrovare la tradizione e l’innovazione del’arte burattinesca.
Daniela Marani

Il Mondo di Sofia